Agonisti e non agonisti: è vera differenza?

 

Questione annosa e mai risolta è la distinzione tra agonisti e non agonisti. Gli addetti ai lavori spesso hanno difficoltà a illustrare tale differenza ad uno sportivo, se non con un preciso riferimento ad una legge che esiste ma che per questo aspetto non è stata mai molto condivisa.

Appare esemplificativa una e-mail pervenuta di recente che sintetizza in modo eccellente il problema:

 

“….Per il sottoscritto è agonismo anche se un socio gioca con un'altro socio e sforzando al massimo la sua macchina (il cuore) rischia l'infarto per mancanza di allenamento o per problematiche di alimentazione (obesità ecc.) ..... Ad esempio mio padre che non ha mai fatto agonismo ha sempre fatto da voi (presso l’Istituto di Medicina dello Sport di Firenze n.d.r.) la visita medica. 5 anni fa gli è stato riscontrato un'aneurisma all'aorta. Sotto controllo è stato poi portato fino all'operazione (aorta oltre i 5 cm). E’ andato in sala operatoria sano non con un infarto o altro. Ora fa una vita normale di un uomo che ha oltre 60 anni. Un'altra persona sarebbe gia morta. Quindi fare la visita serve per chi affronta gare agonistiche e si deve allenare con una certa intensità, ma serve anche a chi non affronta l’agonismo ma resta nell'agonismo giocando anche solo una ora la settimana con l'amico che però per batterlo gioca due ore e sforza al massimo il suo cuore o muscoli ecc....... Questo è un mio personale pallino che ritengo sia importante.

Personalmente a tutti consiglio la visita….” E-mail firmata.

 

In queste poche righe è stato efficacemente prospettato il ruolo preventivo della medicina dello sport nei confronti di chi pratica attività fisico motorie non necessariamente agonistiche in senso letterale. In buona sostanza se è vero che il protocollo per la certificazione di idoneità all’attività agonistica rappresenta una importante discriminante per la tranquillità del Dirigente, del medico che la rilascia e soprattutto dell’atleta, indipendentemente dalla quantità di “lavoro” che dopo questi andrà a svolgere, è altrettanto vero che non è stimabile il confine “fisiologico” che separa l’attività agonistica dalle altre; infatti dalle norme apprendiamo che l’attività non agonistica si differenzia per “l’aspetto competitivo non mirato al conseguimento di prestazioni sportive di alto livello” (sic!) e si identifica in quella svolta sotto l’egida federale, con limiti di età individuati dalle stesse Federazioni e degli Enti di Promozione riconosciuti dal C.O.N.I. Peraltro per tale tipo di attività non esiste un protocollo di esami obbligatori così come per le agonistiche. Giustamente si evidenzia da più parti come molte attività definite tali in realtà sono a pieno titolo agonistiche, almeno in quanto a impegno profuso dagli atleti. Infatti gli addetti ai lavori hanno sempre evidenziato come non sia l’importanza dell’evento a determinare l’impegno, che invece è sempre notevole in tutti i soggetti impegnati indipendentemente dalla performance reale che possono sviluppare. L’esempio più eclatante in tal senso è rappresentato dalla famigerata norma sui giochi della Gioventù ove non è la disciplina sportiva o l’età che qualifica la certificazione ma il passaggio o meno alla fase nazionale, quasi che la selezione necessaria non sia altrettanto impegnativa; e si potrebbe continuare con altri esempi quali la maratonina strapaesana con prosciutto in palio, il torneo di calcetto e la corsa ciclistica amatoriale, tutti con un comune denominatore di dubbio sulla valutazione di un impegno certamente di tipo agonistico ma per il quale la norma richiede la certificazione non agonistica. Peraltro va tenuto in debito conto che la legge risale al 1982 e in questi oltre 20 anni la pratica dell’attività sportiva ha subito importanti trasformazioni, assurgendo a fenomeno di massa con una rilevante componente in progressiva espansione che la pratica in modo non organizzato.

E’ evidente quindi come il medico dello sport sia chiamato, aldilà dell’aspetto connesso alla mera certificazione e al suo indubbio valore medico legale, ad esprimere un parere di idoneità allo svolgimento di una attività tenendo in debito conto più che la distinzione normativa, le condizioni del soggetto quali risultanti da una valutazione accurata almeno quanto quella per la visita agonistica e la tipologia di attività che intende svolgere, il tutto rapportato all’età. E’ questo il motivo per il quale l’Istituto, ormai dal lontano 1992, ha effettuato le visite non agonistiche applicando lo stesso protocollo di quelle agonistiche, nella convinzione che tale distinzione esistesse solo sulla carta, ma non nella sostanza. Anzi, l’obiezione tante volte portata a supporto della non necessità della visita soprattutto dagli amatoriali “ma io faccio attività solo una volta alla settimana” a ben vedere la giustifica ancora di più perché è certamente più a rischio chi effettua uno sforzo più o meno intenso occasionalmente o comunque con scarsa frequenza rispetto ad un soggetto allenato. 

Risulta palese quindi come i confini siano abbastanza labili e soprattutto discutibili con importanti ripercussioni sui comportamenti dei sanitari preposti, chiamati ad esprimere un parere comunque di idoneità senza alcun indirizzo sulle valutazioni da compiere e con il fondato sospetto che l’attività che il soggetto va a svolgere non sia poi così scarsamente impegnativa, assumendo in tali evenienze maggiore rilevanza l’esperienza del professionista e della struttura sanitaria ove si richiedono tali prestazioni.  

 

Dott. Sergio Califano

Direttore Istituto di Medicina dello Sport di Firenze

www.medicinadellosport.fi.it