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Inizia con Angelo Alippi, la galleria degli
allenatori presentati sul sito dell'ANAC, che fecero
grande l'Italia remiera. Questo indispensabile ricordo è
opera di Ferruccio Calegari, memoria storica del
canottaggio italiano, e socio onorario dell'ANAC.
All'amico Ferrruccio, il ringraziamento
dell'Associazione e di tutti gli allenatori italiani per
un'iniziativa dal grande significato storico e sportivo.
I GRANDI ALLENATORI
ANGELO ALIPPI
La
storia del canottaggio italiano è ricca di ricordi dei
grandi avvenimenti che hanno portato il remo azzurro a
primeggiare in ogni parte del mondo. Non vi è importante
campo di regata che abbia ospitato Olimpiadi, Campionati
del Mondo o Campionati Europei che non abbia registrato
le grandi vittorie, o gli importanti piazzamenti, dei
canottieri italiani.
Se tutto ciò è vanto e merito dei campioni, non da meno
è prezioso il lavoro dei tecnici che sono stati alla
base del grande risultato e non solo per la capacità di
avere portato l'atleta al massimo livello, ma anche per
averne saputo individuare le potenzialità, valutandone e
valorizzandone le caratteristiche. Spesso, al momento
del tripudio per un risultato importante a chi applaude
l'arrivo sul traguardo della formazione vincente sfugge
la considerazione che campioni non si nasce, pur
avendone la predisposizione, ma si diventa e chi aiuta
l'atleta nella formazione e nella crescita spesso se ne
sta appartato a gioire (e magari piangere) per la
soddisfazione che gli ha dato il suo pupillo. Alla
premiazione, per gli evidenti motivi legati al
cerimoniale, a seconda del livello della competizione, a
ricevere gli onori con i vincitori sono i dirigenti, che
a loro volta hanno pure grandi meriti, ma raramente chi
ha realizzato questo successo. Ed al tecnico basta poi
la soddisfazione dell'abbraccio riconoscente dei “suoi”
campioni.
E nella lunga storia remiera italiana l'elenco degli
allenatori che l'hanno costruita è lunghissimo.
Giustamente l'Anac ha deciso di prendere l'iniziativa
della valorizzazione del loro ricordo, decisione
veramente encomiabile e con piacere ho accolto l'invito
del presidente ed amico Maurizio Ustolin di ricordare
Angelo Alippi, artefice della lunga storia dei
canottieri di Mandello, le rosse “aquile” della
Canottieri Moto Guzzi. Un personaggio eccezionale, sul
piano tecnico ed umano, col quale ho avuto il piacere di
essere a contatto per molti anni e di cui proprio in
questo periodo ho tratteggiato un profilo nel libro
dedicato agli “80 anni della Canottieri Moto Guzzi”, in
corso di preparazione alla stampa e da cui il presidente
Livio Micheli mi ha autorizzato a trarre sia la nota
biografica diretta, che alcune citazioni particolari nel
testo generale. Quello che ha fatto il buon “Galdin” non
può risolversi in poche righe, ma neppure in un semplice
libro: meriterebbe davvero molto spazio perché nella sua
semplicità umana nelle varie circostanze è stato capace
di vedere, di fare e poi alla fine come il buon
Cincinnato si è ritirato bonariamente nella sua casetta
di Mandello, cedendo l'ideale barra di guida ad uno dei
suoi più importanti campioni, ancor oggi, ad oltre 80
anni alla direzione tecnica dei canottieri di Mandello.
Nella nota biografica ne ho succintamente richiamato i
momenti fondamentali:
“Angelo
ALIPPI (Mandello 6.03.1910 – 21.06.1984) è
l'allenatore dei canottieri che da Mandello portarono in
tutto il mondo il nome della Moto Guzzi. Un grande
appassionato del suo lago: da operaio alla grande
fabbrica delle motociclette quando fu fondata la sezione
canottaggio del dopolavoro aziendale sin dai primi
momenti ne seguì l'impegno impegnandosi quale timoniere.
E spesso è stato detto che senza di lui non ci sarebbe
stata la Moto Guzzi nella storia del canottaggio.
Decisamente si può affermare che i campioni che
pervennero ai grandi risultati del dopoguerra e sino
agli anni sessanta devono alla sua tenacia se hanno
conquistato tanti titoli nazionali, europei e le
affermazioni olimpiche. Ma anche in seguito lo sviluppo
del canottaggio a Mandello può considerarsi frutto di
quanto aveva seminato ed ancor oggi la continuità
tecnica del canottaggio in questo oasi sportiva lariana
è rappresentata da uno dei suoi grandi allievi, Giuseppe
Moioli che da capovoga degli equipaggi olimpici ed
europei oggi è ancora il saldo richiamo ai giovani per
la pratica di un canottaggio di eccellenza.
Era un personaggio semplice ed anche in presenza dei
grandi trionfi non mancava di osservare con attenzione
quanto facevano gli avversari dei suoi ragazzi: uomo
intelligente e di grande spirito di osservazione cercava
di ottenere il meglio anche con pochi mezzi a
disposizione, come quando nel dopoguerra riuscì, a costo
di sacrifici suoi e degli atleti che aveva convinto
della validità dell'impegno, a superare molti ostacoli
pervenendo gradatamente ai più importanti traguardi. Era
rigoroso, ma anche bonariamente attento ai problemi dei
vogatori, di cui si considerava un padre ed un amico, ma
come allenatore diveniva intransigente al momento in cui
era in discussione lo spirito di squadra.
Vivendo anche lui la vita della fabbrica, riusciva a
comprendere il valore dell'uomo rivestito dalla tuta
dell'operaio, di cui capiva il carattere, che era una
delle componenti fondamentali, oltre la struttura
fisica, su cui basava le sue scelte. E per molti anni la
sua squadra in campo internazionale divenne sinonimo di
canottaggio italiano. Aveva anche un certo caratterino,
lo ammetteva lui stesso, ma grazie a questo riusciva a
dare un certo tono al gruppo, che in lui credeva e ne
ricambiava la fiducia. Oltre ai numerosi campionati
europei, i suoi meriti maggiori sono i titoli olimpici
conquistati a Londra nel 1948 ed a Melbourne nel 1956.
Era molto attaccato alla famiglia e se in casa evitava
di parlare di canottaggio e dei suoi problemi, quando
partecipava alle importanti trasferte internazionali non
mancava di spedire a tutti i familiari delle
testimonianze dei luoghi delle sue vittorie con numerose
cartoline illustrate. Nel 1960, lascia la guida tecnica
della Moto Guzzi nelle ottime mani di Giuseppe Moioli e
nel 1961 assume l'incarico di allenatore della Marina
Militare, mentre nel 1962 la Federazione lo volle alla
guida degli equipaggi azzurri.
Nel 1965 fu insignito del titolo di Cavaliere al merito
della Repubblica e nel 1967 concluse la sua carriera.”
Ma nello sviluppo dell'opera, in cui la sua presenza
aleggia in ogni capitolo, ho anche evidenziato questi
particolari che ritengo importanti per sottolinearne i
meriti:
“Gli anni tra il '30 ed il '40 rappresentarono per i
canottieri di Mandello un affascinante periodo di
potenziamento e crescita. Angelo Alippi, Galdin per gli
amici, oltre ad esserne il valido timoniere ben presto
ne assunse autorevolmente la guida tecnica, che per un
paio di decenni si configurò come una delle migliori, e
non solo in Italia, ma anche con importanti
riconoscimenti dall'estero. E simpaticamente nel 1964,
quando venne a Milano una rappresentativa dei canottieri
sovietici per partecipare alle regate internazionali
all'Idroscalo, uno dei loro accompagnatori ebbe a
elogiare la Moto Guzzi per quanto avevano imparato dallo
studio dell'azione e del comportamento dei canottieri di
Mandello. Canottieri che dal dopoguerra per molti anni
furono rappresentati a titoli cubitali sui maggiori
quotidiani italiani.
In una lettera (*) ad un importante giornalista
italiano, nel 1967, dopo le code polemiche sulla
situazione azzurra ai Mondiali di Bled, dei cui
risultati non altisonanti fu scaricata la responsabilità
proprio su Alippi, che negli anni sessanta, dopo essere
divenuto collaboratore tecnico della Marina Militare di
Sabaudia, successivamente era divenuto responsabile
tecnico nazionale, il Galdin alla sua maniera confutava
alcune considerazioni apparse sulla stampa e
sottolineava “Io ho il mio carattere e purtroppo
so perfettamente che è un caratterino... Ma a me pare
che finché ho usato il mio caratterino, che è un po'
autoritario, qualche modesto risultato al canottaggio
italiano l'ho dato.”
(*) Ecco il testo della simpatica lettera di Angelo Alippi del 16 maggio 1967
indirizzata ad Alberto Marchesi, illustre firma del canottaggio su “Il Corriere
dello Sport”, ed in copia anche all'autore di questo libro, in cui mette in
evidenza il succedersi di avvenimenti e pressioni affinché la soluzione dei
problemi remieri nazionali potesse soddisfare un po' tutti, ma è chiaro che non
si può guarire la febbre ad un paziente se a curarlo vi sono troppi esperti dai
pareri divergenti:
“Caro Alberto,
solo domenica ho avuto l'occasione di leggere il tuo
articolo dell'8 aprile 1967. Ti faccio i miei
complimenti, ora mi sono convinto che ti sei messo a
lavorare per davvero. Se permetti ti vorrei esprimere il
mio modesto giudizio per quanto riguarda al mio
nome, tu dici che mi sono bruciato nell'avventura di
Bled, io invece direi che mi hanno bruciato, tu lo sai
che qualcuno quando le cose vanno male deve pagare.
Però se il Super D.T. responsabile avesse ascoltato i
miei modesti consigli scritti e di cui unisco due copie,
credo proprio che le cose sarebbero andate meglio...
Ti vorrei pure ricordare che quando si lavorava
seriamente e solo per il bene del Canottaggio si è fatto
qualcosa di più. Vedi nel '61 coll'equipaggio misto da
me voluto e con la collaborazione del povero Lanfranconi
e del Comandante Trallori qualche buon risultato si è
ottenuto.
Ancora nel '64 per poter rendere persuaso qualcuno, che
nell'equipaggio a Otto vi erano diversi vogatori che non
andavano, ho dovuto formare tre “4 con” per poterli
convincere; e sono stato criticato, eppure in finale
alle Olimpiadi siamo arrivati, ma anche in questa
occasione non avevo potuto scegliere i migliori.
Nel '65 con l'Otto Misto, fatto all'ultimo momento,
siamo partiti dall'Italia che non si sapeva chi erano i
prescelti: mi sembra che brutta figura non l'abbiamo
fatta.
Ma perché queste cose facessero colpo bisognerebbe farle
con una certa politica, come taluni lì sanno fare,
oppure essere loquaci come il n. 4 del quattro senza
Olimpionico del 1948 a Londra, ma purtroppo non siamo
fatti tutti allo stesso modo, ed io ho il mio carattere
e purtroppo so perfettamente che non è un caratterino
...
Ma a me pare che finché ho usato il mio caratterino che
è un po' autoritario (sai a me piace dire pane al pane e
vino al vino) qualche modesto risultato al canottaggio
italiano l'ho dato.
Sono spiacente che con l'Americano non abbiano potuto
combinare, perché se questo fosse stato veramente in
gamba però doveva avere due ... e non ricordo bene il
tuo gergo.
In Italia avrebbe potuto fare qualcosa di buono perché
non è vero che nel nostro paese manchi il materiale e i
soldi.
Mi devi scusare se ti rubo un po' del tuo tempo
prezioso, ti ricordo che io lavoro come tornitore e
quindi scusami se ho usato della semplici espressioni.
Spero di venire a Roma presto. Con un presto
arrivederci ti porgo i più cari saluti. (Angelo Alippi)”.
Alla lettera è allegata copia della comunicazione con
cui confermava alla Federazione ed al Coni, previ
rilievi sul suo non facile rapporto operativo, la
decisione di concludere la sua collaborazione allo
scadere del contratto in essere, con il programma
operativo che aveva suggerito e l'elenco di 13 atleti
con i quali voleva operare per il varo di un otto
competitivo”.
Ferruccio Calegari |